
Partendo da un parallelo di Mastromattei, passando per Garau ed arricchendo il ragionamento con riflessioni di matrice taoista, in questa puntata de Il Dazebao della Security, Cristhian Re si spinge sino al “vuoto protettivo” nel trattare “L’arte dell’IN-SICUREZZA”. E, un po’ come Maraini, in questo caso Re più che solamente scrivere, propone.
Buona lettura!
Monica Bertolo
L’ARTE DELL’IN-SICUREZZA
di Cristhian Re

La Gioconda di Garau
La sicurezza non è necessariamente un oggetto fisico, né un sistema visibile; essa può manifestarsi anche come assenza. Assenza di vulnerabilità, di errori, di rischi non gestiti, ecc. che, paradossalmente, è percepita come presenza concreta e tangibile all’interno delle aziende. Tale concetto è stato brillantemente esposto in un originale articolo di un professionista e cultore della materia, Giuseppe Mastromattei, il quale fa un suggestivo parallelo con l’opera d’arte “Io sono” di Salvatore Garau: un piedistallo vuoto, illuminato dall’alto da tre faretti alogeni come fosse la Gioconda. Una scultura invisibile e immateriale che occupa, però, uno spazio definito. L’opera consiste in un concept e un certificato di autenticità. Con Garau si è andati oltre l’arte, verso la dematerializzazione.
L’articolo, dunque, esplorerà proprio il significato di “assenza tangibile”, la sua rilevanza strategica. La sicurezza, insomma, come un’arte che richiede consapevolezza, cultura e un approccio interdisciplinare.
Il vuoto protettivo
La domanda più frequente, a mo’ di battutina, che circola in azienda è: “Siamo sicuri?” La mia risposta, levigata dal tempo e dallo spirito di sopportazione, è: “Ottimisti, tutt’al più”. Sorridono all’arguzia, terminano le domande.
Un motto, in verità, che riflette una legge di natura: tutti noi sappiamo che la sicurezza totale, quella della campana, più che di vetro, d’acciaio, non si potrà mai raggiungere. L’evoluzione continua delle minacce, i limiti tecnologici e umani, i compromessi tra sicurezza e operatività e, infine, gli eventi imprevisti rendono impossibile l’obiettivo. Per tale ragione, la sicurezza viene da sempre gestita come un processo continuo di valutazione, mitigazione e miglioramento, mirando all’abbattimento del rischio e alla gestione di primo tempo delle eventuali crisi.
Quando pensiamo alla sicurezza, immaginiamo firewall, sistemi di videosorveglianza, policy o figure professionali dedicate (Security Managers, analisti, operatori di sicurezza, ecc.). Strumenti e ruoli certamente fondamentali, ma la sicurezza non è solo un’entità tangibile. È l’assenza di minacce, di falle, di errori che possano compromettere il patrimonio e le risorse dell’azienda.
Questa assenza crea un c.d. vuoto protettivo, una sorta di barriera invisibile ma solida, che permette all’organizzazione di operare senza timori costanti di attacchi o incidenti. All’evocativo parallelo di Mastromattei, aggiungo uno spunto di riflessione di matrice taoistica: il vuoto è ciò che rende utili le cose. Si pensi, ad esempio, al vuoto del mozzo di una ruota che ne permette l’uso, al vuoto all’interno di un vaso che lo rende funzionale, o al vuoto di una stanza che la rende abitabile. Parimenti, il vuoto protettivo è quell’elemento capace di occupare uno “spazio organizzativo” fatto di processi, consapevolezze, regole e comportamenti che delimitano un preciso perimetro.
Il vuoto di rischio
Pensare alla sicurezza come a uno spazio occupato da un’assenza aiuta a comprendere il suo ruolo strategico. Uno spazio definito da:
- procedure e policy (regole chiare che definiscono cosa è permesso e cosa no);
- controlli e misure tecniche (sistemi di monitoraggio, firewall, antivirus, ecc.);
- formazione e consapevolezza (il fattore umano che mantiene attivo il sistema);
- analisi e gestione del rischio (attività che identificano i punti deboli e mitigano le minacce).
Tali fattori non sono, evidentemente, la sicurezza in sé, ma contribuiscono a creare un “vuoto di rischio” che diventa la vera sicurezza.
Pan-sicurezza
Concentriamoci, ora, su quelle che possiamo considerare come le cause dell’insicurezza. Esse possono derivare da molteplici fattori quali:
- vulnerabilità tecnologiche (sistemi obsoleti, assenza di backup, ecc.);
- errori umani (mancanza di formazione, comportamenti negligenti, ecc.);
- processi inefficaci (policy assenti o mal definite, controlli insufficienti, ecc.);
- minacce interne (dipendenti malintenzionati o sleali, collaboratori esterni non controllati, ecc.);
- rischi fisici (incendi, calamità naturali, accessi non autorizzati, ecc.);
- fattori esterni (fornitori non affidabili, attacchi informatici, ecc.);
- carenza di cultura della sicurezza (scarsa sensibilizzazione e bassa priorità).
Ed ecco che se riusciamo ad agire efficacemente su queste “sorgenti di rischio” noi saremo in grado di trasformare il prefisso privativo “in” della parola insicurezza in un prefisso che indica ingresso, direzione, il significato di “dentro”. In questo caso specifico – con licenza dello scrivente, contravvenendo alle rigide regole della morfologia linguistica italiana – “in” si unisce al sostantivo “sicurezza” per esprimere il significato di “versare dentro” o “mettere dentro”. Quasi poetico. Come Garau con l’arte, così noi con il termine insicurezza (inteso come assenza di sicurezza, il vuoto taoistico) dematerializziamo il concetto medesimo, generando il suo opposto ovvero il pieno: in-sicurezza, che a sua volta confluisce nella sua accezione più astratta, universale e completa di pan-sicurezza, uno stato dove tutto, appunto, è sicurezza. Un’affermazione, quest’ultima, che sembra apparentemente contraddire l’asintoto naturale secondo cui la sicurezza totale non si potrà mai raggiungere. Essa, come sappiamo, fa riferimento alla incontrovertibile realtà. In-sicurezza e pan-sicurezza appartengono invece alla sfera della metasemantica, il concept con tanto di certificato di autenticità del geniale Garau e, prima ancora, di Folco Maraini (il babbo di Dacia). Il niente (dimensioni 1,5 m X 1,5 m) senza neppure una cornice, battuto all’asta per 15.000 euro. Livelli alti: neppure Leopardi riesce a sovrastare la poetica altissima e la perfezione ritmica de “Il Lonfo” di Maraini, nota fondativa della metasemantica, che con la sua opera mette in sicurezza tanto la poesia contemporanea quanto le nostre coscienze di operatori del settore.












