Cybersecurity nell’era del quantum: le minacce del futuro passano dalle vulnerabilità di oggi

L’avvento del quantum computing è oggi tra i topics nel contesto del dibattito internazionale della Cybersecurity.
Domenico Raguseo, Head of Cybersecurity del Gruppo Exprivia, partendo dai dati analizzati dall’Osservatorio di Cybersecurity del Gruppo, mette in evidenza come, nell’era del quantum, le minacce del futuro passano dalle vulnerabilità di oggi.
Buona lettura!
CYBERSECURITY NELL’ERA DEL QUANTUM: LE MINACCE DEL FUTURO PASSANO DALLE VULNERABILITÀ DI OGGI
di Domenico Raguseo
Mentre il calcolo quantistico promette di rivoluzionare la sicurezza informatica mettendo in discussione gli attuali sistemi crittografici, il cybercrime sta già cambiando volto. L’intelligenza artificiale rende gli attacchi più rapidi, economici e sofisticati, mentre milioni di dispositivi connessi ampliano ogni giorno la superficie di esposizione delle organizzazioni. È questo il quadro che emerge dall’Osservatorio Exprivia Cybersecurity, che nel primo trimestre del 2026 (1Q2026) fotografa un panorama in cui prepararsi alle minacce del futuro significa soprattutto comprendere quelle del presente.
Il dibattito internazionale sulla cybersecurity è oggi fortemente influenzato dall’avvento del quantum computing. I computer quantistici promettono di aprire scenari straordinari per la ricerca scientifica e l’industria, ma rappresentano anche una sfida senza precedenti per la protezione dei dati. Molti degli algoritmi crittografici utilizzati oggi per proteggere comunicazioni, servizi finanziari e infrastrutture critiche potrebbero infatti diventare vulnerabili quando il calcolo quantistico raggiungerà una sufficiente maturità.
È una prospettiva che impone di ripensare fin da ora le strategie di protezione, investendo nella cosiddetta crittografia post-quantum. Tuttavia, sarebbe un errore concentrare tutta l’attenzione sulle minacce di domani ignorando quelle che stanno già colpendo imprese e pubbliche amministrazioni.
I dati dell’Osservatorio Exprivia Cybersecurity, riferiti al primo trimestre del 2026 (1Q2026), raccontano infatti un cybercrime che evolve molto più rapidamente della capacità di difesa delle organizzazioni.
Attacco e incidente: una distinzione fondamentale
Prima ancora di analizzare numeri e tendenze è opportuno chiarire cosa si intenda per cybercrime. La definizione non è così scontata. Se si parla di attività illecite compiute attraverso sistemi digitali, contro sistemi digitali o aventi come obiettivo sistemi digitali, occorre ricordare che Internet è per sua natura transnazionale, mentre ciò che costituisce un illecito dipende dalle normative dei singoli Stati.
Per questo motivo, nell’ambito dell’analisi tecnica, si preferisce distinguere tra attacco e incidente.
Un attacco rappresenta l’insieme delle azioni messe in atto per compromettere un sistema informatico. Un incidente si verifica invece quando quell’attacco riesce a produrre un danno concreto. La distinzione è importante perché misura anche l’efficacia delle difese: molti attacchi vengono oggi intercettati prima di trasformarsi in incidenti.
Investire dove la minaccia è reale
L’obiettivo dell’analisi non è semplicemente contare gli attacchi, ma comprendere come investire in sicurezza.
Nel mondo fisico il principio è intuitivo: chi si reca in una zona di guerra sceglie un giubbotto antiproiettile; chi affronta una spedizione al Polo Nord preferisce un equipaggiamento termico. In entrambi i casi le risorse sono limitate e devono essere destinate ai rischi più probabili.
Lo stesso vale nella cybersecurity. Conoscere le minacce significa individuare le contromisure più efficaci e allocare in modo razionale gli investimenti.
La geografia digitale del Paese
Per comprendere il livello di esposizione dell’Italia, l’Osservatorio Exprivia Cybersecurity analizza anche la distribuzione degli indirizzi IPv4 sul territorio nazionale.
Si tratta di un indicatore che presenta alcuni limiti. Negli anni Ottanta e Novanta gli indirizzi venivano assegnati in grandi blocchi a università, grandi aziende tecnologiche e organizzazioni governative; oggi molti utenti condividono lo stesso indirizzo grazie al NAT e la progressiva diffusione di IPv6 sta modificando ulteriormente lo scenario.
Nonostante ciò, la distribuzione degli IPv4 continua a fornire una fotografia attendibile della presenza digitale del Paese.
L’analisi del 1Q2026 conferma una maggiore concentrazione delle infrastrutture digitali nel Nord Italia, una progressiva diminuzione verso il Sud e un’elevata densità nel Lazio, dovuta alla presenza delle principali amministrazioni pubbliche e di numerose infrastrutture strategiche.
Il punto debole non è sempre il server
Dietro ogni indirizzo IP non si trovano soltanto server e computer. Una parte sempre più consistente appartiene ai dispositivi dell’Internet of Things: telecamere di videosorveglianza, sistemi di automazione industriale, PLC, sensori, attuatori, dispositivi medicali, stampanti e numerosi altri apparati connessi.
Ed è proprio qui che si concentra una delle principali criticità emerse dall’Osservatorio.
La nostra quotidianità dipende ormai da questi dispositivi. Alcuni controllano processi industriali, altri gestiscono apparecchiature sanitarie, altri ancora svolgono funzioni apparentemente marginali.
Ma per un attaccante la differenza è irrilevante.
Un semplice dispenser intelligente di sapone può diventare il punto di ingresso per compromettere un’intera rete aziendale, oppure essere utilizzato come componente di una botnet destinata a lanciare attacchi DDoS.
Il cybercrime non è un esercizio di stile. Gli attaccanti non cercano necessariamente il sistema più importante: cercano quello meno protetto.
Ed è qui che emerge una contraddizione. Le organizzazioni investono nella sicurezza in funzione del valore economico dell’asset, mentre un criminale informatico sfrutta qualsiasi vulnerabilità disponibile. Quanto si è realmente disposti a investire per proteggere un dispenser di sapone? Per un attaccante potrebbe rappresentare la porta d’ingresso dell’intera azienda.
Vulnerabilità ancora troppo diffuse
Le attività di analisi mostrano che molti dispositivi IoT presentano ancora gravi lacune di sicurezza.
Telecamere di videosorveglianza prive di adeguati meccanismi di autenticazione, credenziali di default mai modificate e configurazioni deboli continuano a essere più diffuse di quanto si possa immaginare.
Parallelamente, mentre diminuisce il numero delle stampanti connesse e aumenta il loro livello di sicurezza, cresce rapidamente la diffusione di PLC industriali e dispositivi medicali, ampliando ulteriormente la superficie di attacco.
L’intelligenza artificiale moltiplica gli attacchi
I dati dell’Osservatorio Exprivia Cybersecurity relativi al 1Q2026 mostrano che il maggior numero assoluto di attacchi continua a concentrarsi nel Nord Italia, coerentemente con la maggiore densità di infrastrutture digitali.
Rapportando però gli eventi alla distribuzione degli indirizzi IP emerge un dato interessante: alcune aree del Sud risultano proporzionalmente più esposte.
La buona notizia è che non tutti gli attacchi diventano incidenti. Le capacità difensive sono cresciute e molte organizzazioni riescono oggi a bloccare tempestivamente numerosi tentativi di compromissione.
Il problema è rappresentato dal volume degli attacchi
Se fino a pochi anni fa si registravano alcune decine di attacchi significativi ogni trimestre, oggi se ne contano migliaia. Una crescita favorita anche dall’impiego dell’intelligenza artificiale da parte dei gruppi criminali.
L’AI consente infatti di automatizzare la preparazione delle campagne malevole, personalizzare i contenuti e aumentare enormemente il numero delle vittime potenziali.
È cambiato persino uno dei consigli più tradizionali della sicurezza informatica. Per anni si è raccomandato di diffidare delle email scritte male o ricche di errori grammaticali. Oggi, paradossalmente, è spesso vero il contrario: le email generate dall’intelligenza artificiale sono perfette, convincenti e difficili da distinguere da comunicazioni autentiche. Affidarsi alla fortuna non è più una strategia.
Phishing e RAT: gli strumenti preferiti del cybercrime
Il phishing continua a rappresentare il principale vettore di compromissione. A questo si affiancano malware di tipo Remote Access Trojan.
La velocità vale quanto la prevenzione
L’esito di un attacco dipende sempre più dalla rapidità con cui viene rilevato. Se un attacco inizia durante la notte e viene scoperto soltanto la mattina successiva, le probabilità che si trasformi in un incidente aumentano sensibilmente.
Al contrario, un monitoraggio continuo e una risposta tempestiva consentono spesso di interrompere la catena dell’attacco prima che produca effetti significativi.
La cybersecurity moderna non consiste quindi soltanto nel costruire muri più alti, ma nel rilevare rapidamente ciò che accade all’interno delle proprie reti.
Prepararsi al futuro significa proteggere il presente
L’analisi dell’Osservatorio Exprivia Cybersecurity relativa al primo trimestre del 2026 restituisce un messaggio chiaro.
La cifratura dei dati rimane fondamentale, ma da sola non basta più. Sempre più spesso gli attaccanti puntano a sottrarre le informazioni prima ancora di cifrarle.
La formazione del personale continua a rappresentare uno degli investimenti più efficaci, soprattutto contro phishing e social engineering.
I perimetri digitali sono diventati estremamente eterogenei: mainframe, cloud, server tradizionali e milioni di dispositivi IoT convivono nella stessa infrastruttura. Per un criminale informatico non esistono dispositivi marginali: qualsiasi vulnerabilità può trasformarsi nella porta d’accesso all’intera organizzazione.
Allo stesso tempo, il settore deve iniziare a prepararsi alla transizione verso la crittografia post-quantum. La sicurezza non può più essere progettata guardando esclusivamente alle minacce di oggi, ma nemmeno inseguendo soltanto quelle di domani.
Come in ogni progetto complesso, anche nella cybersecurity la protezione deve nascere insieme ai sistemi che intende difendere. Sarebbe impensabile progettare una monoposto di Formula 1 e aggiungere i freni soltanto alla fine dello sviluppo.
Conoscere l’evoluzione delle minacce è quindi il primo investimento da compiere. Solo così sarà possibile affrontare contemporaneamente le sfide dell’intelligenza artificiale, della crescente diffusione dell’Internet of Things e dell’arrivo del quantum computing, costruendo un ecosistema digitale realmente resiliente.












