Essere o non essere? L’arte del fingere di essere e di non essere

“Le astuzie dell’occidente” è la risposta di Matteo Rampin a “I 36 stratagemmi”. L’autore è un medico (psichiatra), da parecchi anni cultore – così ama definirsi con modestia – di arte militare, illusionismo e psicologia dell’inganno.

Il sottotitolo, nell’omaggiare il classico della strategia taoista, ne prende al contempo le distanze ricordando a noi tutti che anche la cara vecchia Europa è depositaria di una saggezza non inferiore a quella del Celeste Impero. E cosa fa per ricordarcelo? Rievoca episodi (noti e meno noti) consegnati nelle mani della storia, recente e remota.
Il 36, nella cultura millenaria cinese, non va inteso in senso letterale, ma quale espressione della totalità delle situazioni strategiche. In particolare, il numero 6 rappresenta la segretezza, l’astuzia, il vuoto, il complotto, la manovra celata. Siamo dunque di fronte a un testo, quello cinese, lapidario: tre, al massimo quattro, ideogrammi per ciascun stratagemma, espresso oltretutto in formula metaforica ed ermetica, altamente condensata nella sua forma evocativa. Un esempio? Attraversare il mare per ingannare il cielo. Un’opera dal valore psicologico, prima ancora che militare; di stampo filosofico, prima che tecnologico.
Nel libro di Rampin, invece, il 36 è un numero finito e gli stratagemmi proposti sono tecniche, mestiere. Come ogni buon medico che si rispetti, spiega al paziente-lettore la malattia di cui è affetto, perché comprenda chiaramente di cosa si tratti e come curarla. Scordatevi, quindi, aforismi criptici difficilmente rilevabili dai non cinesi. L’impostazione è totalmente differente: la visione della realtà non è estranea al nostro abituale modo di pensare e alle categorie percettive ad esso sottese. L’intento, infatti, è quello di consentire al lettore la loro esatta identificazione per poter procedere poi alla violazione delle medesime. Escogitare un’astuzia (una delle forme più alte dell’ingegno) richiede il sovvertimento dei quadri mentali cui siamo legati e degli schemi abituali del pensiero, fondato sul senso comune e la logica ordinaria.
L’opera presenta una struttura che si ripete nelle sei distinte sezioni dedicate alle categorie dell’attenzione, dell’inganno, della pianificazione strategica, dell’approccio indiretto e dell’invenzione, ognuna delle quali aggrega un numero variabile di stratagemmi. Al loro interno: il titolo dello stratagemma, un sottotitolo esplicativo, una breve descrizione introduttiva, gli esempi storici a supporto, il commento, le applicazioni pratiche. Impossibile non capire. Insomma, il medico si fa speziale scrivendo di proprio pugno il foglietto illustrativo (il bugiardino) del farmaco da assumere. Ciò che nel libro del Regno di Mezzo si evocava poeticamente, qui si scioglie in cruda prosa. Il mistero è svelato. Forse un bene, forse un male. Quella che poteva essere considerata materia di e per pochi (iniziati) è ora, potenzialmente, accessibile a tutti. Anche questa è democrazia, di tipo socio-culturale però. Una cosa è agire con astuzia occasionalmente privi della consapevolezza, un’altra è agire con lucida sistematicità nella piena coscienza. È la differenza che corre tra i peccati commessi per incontinenza e quelli con la ragione (la frode), tra i delitti di impeto e quelli premeditati, dolosi (in greco antico dólos significa inganno, astuzia, raggiro), tra Otello e il Conte di Montecristo. Rampin consegna nelle mani del lettore, anche il meno esperto e avvezzo alla lettura, un’arma di distruzione di massa cognitiva con tanto di riflessione metafisica sul concetto di tempo, il nostro alleato più terribile.
L’autore lo dice a chiare lettere: la vita è una lotta che scaturisce dal conflitto tra volontà opposte (la nostra e quella altrui) quando la razionalità fallisce nel tentativo di comporre le controversie. Non a caso don Vito Corleone ne “Il Padrino” invitava sempre prima il suo interlocutore a ragionare. Di qui il ricorso all’astuzia, unica arma capace di ribaltare le sorti di un conflitto fortemente asimmetrico dove tutto si trasforma in opportunità. E come avrebbe detto Corrado: non finisce mica qui. Vi è un ulteriore vantaggio: studiando a fondo i metodi per ingannare la mente dell’avversario, impareremo a conoscere la nostra nelle sue pieghe più insidiose. Studiare l’inganno serve a conoscere l’autoinganno di cui siamo vittime. Scoprire che cosa, della nostra stessa mente, ci inganna, è sottrarsi alla schiavitù del padrone più dispotico: il nostro punto di vista.
Dopo Rampin non ci sono più alibi alla domanda che chiunque di noi deve sempre porsi: “Dinanzi a me ho un ingannatore seriale o un reale sprovveduto?” Un quesito che ci salva dalla lama affilatissima dello stratagemma 8: “La medaglia a due facce”, forse il più pericoloso di tutti, poiché chi lo applica si assicurerà che ciò che sembra non sia e ciò che è non sembri.












