Luigi Romano: Intelligenza Artificiale, paura e conflitto sociale

Se da un lato le stime sul mercato europeo dell’Intelligenza Artificiale dicono che può crescere del 457% in 5 anni (precisamente dai 56,7 miliardi del 2025 ai 316,3 entro il 2030, dati dell’AI Week 2026 Milano) con un CAGR del 33,2, dall’altra varie sono le voci sulla necessità di attenzionare le modalità sull’adozione dell’AI.
Luigi Romano, CISM e Presidente Comitato Anti Mafie “Rosario Livatino, Antonino Saetta, Gaetano Costa” – Distretto Piemonte, prende in esame l’aspetto relativo alle tensioni contemporanee intorno all’Intelligenza Artificiale.
“C’è un filo storico, sottile ma resistente – sottolinea Romano – che lega i telai distrutti dai luddisti nell’Inghilterra dell’Ottocento alle tensioni contemporanee intorno all’Intelligenza Artificiale. È il filo della paura: non una semplice diffidenza verso il nuovo, ma la percezione che una tecnologia possa ridefinire i rapporti di potere, erodere il lavoro umano e, nei casi più estremi, mettere in discussione la stessa sopravvivenza dell’uomo.
Ogni grande rivoluzione tecnologica ha generato attriti sociali
La meccanizzazione industriale ha prodotto rivolte operaie; l’elettrificazione e la produzione di massa hanno alimentato conflitti sindacali e ideologici; l’informatizzazione ha aperto il dibattito sulla sostituzione del lavoro cognitivo. In ciascuna di queste fasi, la società ha oscillato tra entusiasmo e rigetto, tra promessa di progresso e timore di marginalizzazione.
L’intelligenza artificiale rappresenta però un salto qualitativo. Non si limita a potenziare la forza fisica o a velocizzare i processi: interviene sulla sfera decisionale, creativa e cognitiva. In altri termini, non sostituisce soltanto il lavoro umano, ma ne sfida l’unicità. È qui che il conflitto cambia natura.
Se il luddismo era una risposta economica – la distruzione delle macchine per difendere il lavoro – la reazione contemporanea all’AI tende a biforcarsi. Da un lato permane la paura materiale: automazione, precarizzazione, concentrazione del potere nelle mani di poche aziende tecnologiche. Dall’altro emerge una dimensione più radicale, quasi esistenziale: l’idea che l’intelligenza artificiale possa sfuggire al controllo umano o rendere l’uomo irrilevante.
Questa seconda dimensione è particolarmente significativa perché altera il terreno dello scontro sociale. Non si tratta più soltanto di conflitto tra classi o gruppi economici, ma di una tensione tra società e tecnologia percepita come autonoma, opaca e potenzialmente ostile. In questo contesto, le figure simboliche (imprenditori, ricercatori, leaders delle grandi aziende AI) diventano bersagli di una narrazione che li trasforma in responsabili diretti di un futuro temuto.
È in questa cornice che va letto l’attentato contro Sam Altman, figura centrale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale contemporanea. L’episodio, avvenuto nell’aprile 2026 con il lancio di un ordigno incendiario contro la sua abitazione, segna un passaggio critico: dalla retorica della paura all’azione violenta.
Non si tratta, almeno per ora, di un fenomeno organizzato o sistemico. Non esiste un movimento strutturato di terrorismo anti-AI. Tuttavia, il gesto ha un valore simbolico rilevante. Come in altri momenti storici, la violenza isolata può rappresentare un segnale anticipatore, un indicatore di tensioni latenti che non hanno ancora trovato una forma politica o sociale compiuta.
La storia insegna che le tecnologie non generano automaticamente conflitti, ma possono amplificare fratture preesistenti. Nel caso dell’intelligenza artificiale, queste fratture sono molteplici: disuguaglianze economiche, crisi della rappresentanza, sfiducia nelle istituzioni, percezione di perdita di controllo sul futuro. L’AI diventa così un catalizzatore, un punto di convergenza di ansie diverse.
Il rischio, nel medio periodo, non è tanto una rivolta generalizzata contro le macchine, quanto una crescente polarizzazione. Da una parte, chi vede nell’intelligenza artificiale un’opportunità inevitabile e necessaria; dall’altra, chi la percepisce come una minaccia sistemica. In mezzo, una maggioranza incerta, esposta a narrazioni spesso estreme.
È proprio questa polarizzazione a rendere plausibili episodi come quello che ha coinvolto Altman. Quando il discorso pubblico si radicalizza, quando il linguaggio si carica di toni apocalittici o salvifici, lo spazio per l’azione razionale si restringe. In questo vuoto, anche un singolo individuo può sentirsi legittimato ad agire in nome di una causa percepita come superiore.
Il parallelo con il passato è utile, ma non sufficiente. A differenza delle rivoluzioni industriali precedenti, l’intelligenza artificiale si sviluppa in un contesto globale, accelerato e fortemente mediato dalla comunicazione digitale. Le paure si diffondono più rapidamente, si amplificano, si contaminano con altre narrative, dalla sfiducia nelle élite tecnologiche alle teorie sul controllo sociale.
Per questo motivo, la gestione della transizione diventa cruciale
Non solo sul piano tecnico o economico, ma soprattutto su quello sociale e culturale. La storia suggerisce che ignorare le paure collettive o liquidarle come irrazionali può aggravare il conflitto. Allo stesso tempo, alimentarle senza responsabilità può trasformarle in profezie che si autoavverano.
L’attentato contro Altman non è l’inizio di una guerra contro l’intelligenza artificiale, ma è un segnale che il rapporto tra società e tecnologia sta entrando in una fase più delicata. Come in ogni momento di trasformazione profonda, la direzione che prenderà dipenderà meno dalle macchine e più dalle scelte umane: politiche, economiche e culturali.
In definitiva, la domanda non è se l’intelligenza artificiale genererà conflitto. La storia ci dice che una qualche forma di tensione è inevitabile. La vera questione è se queste tensioni verranno incanalate in processi di adattamento e negoziazione, oppure se degenereranno in forme più radicali di scontro. Episodi come quello dell’aprile 2026 indicano che il margine tra queste due traiettorie è più sottile di quanto si possa pensare.
Se si osserva il fenomeno con uno sguardo strategico non emotivo, non contingente, emerge con chiarezza che la questione dell’intelligenza artificiale non riguarda semplicemente l’innovazione tecnologica, ma la ridefinizione degli equilibri di potere all’interno delle società contemporanee.
Ogni grande trasformazione tecnologica produce vincitori e perdenti, ma nel caso dell’AI la distribuzione di questi effetti appare particolarmente asimmetrica. La concentrazione di capacità computazionale, dati e competenze in un numero ristretto di attori (grandi aziende e pochi centri di ricerca) introduce una dinamica che può essere letta in termini quasi geopolitici, anche all’interno degli Stati stessi. Non si tratta più soltanto di mercato, ma di controllo.
L’intelligenza artificiale e il rischio strategico
In questo contesto, la percezione sociale dell’intelligenza artificiale assume un ruolo decisivo. Non è tanto la tecnologia in sé a generare instabilità, quanto il modo in cui viene interpretata, narrata e politicizzata. La distanza tra chi sviluppa questi sistemi e chi ne subisce le conseguenze contribuisce a creare una frattura cognitiva: da un lato un’élite tecnico-economica che vede l’AI come inevitabile evoluzione, dall’altro una parte crescente della popolazione che la percepisce come imposizione.
Questa divergenza è il primo elemento di rischio strategico.
Il secondo riguarda la natura delle paure che l’intelligenza artificiale attiva. A differenza di altre innovazioni, qui si sovrappongono due livelli: uno materiale (lavoro, reddito, sicurezza economica) e uno simbolico-esistenziale, legato all’idea di perdita di controllo e di sostituibilità dell’umano. Quando questi due piani si intrecciano, il potenziale di radicalizzazione aumenta in modo significativo.
In termini strategici, questo significa che il conflitto non si manifesterà necessariamente in forme tradizionali. Non si vedranno, almeno nel breve periodo, movimenti organizzati e strutturati come quelli del passato industriale. Più probabile è una diffusione di episodi frammentati, disorganici, ma altamente simbolici. Azioni individuali o di piccoli gruppi che colpiscono obiettivi percepiti come rappresentativi del sistema tecnologico.
L’attacco contro Sam Altman si inserisce esattamente in questa logica. Non è rilevante solo per la sua dimensione criminale, ma per il suo significato strategico: identifica un bersaglio umano in un conflitto che, fino a poco tempo fa, era prevalentemente astratto. La tecnologia, per sua natura, è difficile da colpire; le persone che la incarnano, molto meno.
Questo passaggio è cruciale perché abbassa la soglia dell’azione. Trasforma una paura diffusa in un possibile comportamento operativo. In altri termini, rende il conflitto “agibile”.
Un terzo elemento strategico riguarda la comunicazione. Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale è caratterizzato da una forte polarizzazione narrativa: da un lato visioni utopiche, dall’altro scenari apocalittici. Entrambe contribuiscono, seppur in modo diverso, a destabilizzare il campo sociale. Le prime perché minimizzano i rischi percepiti; le seconde perché li amplificano fino a renderli incontrollabili.
In assenza di una narrazione intermedia credibile, che riconosca rischi reali senza trasformarli in fatalismo, lo spazio viene occupato da interpretazioni estreme. È in questo spazio che si inseriscono fenomeni di radicalizzazione, spesso alimentati da dinamiche digitali: echo chamber, disinformazione, semplificazioni ideologiche.
Infine, c’è un aspetto spesso sottovalutato: il tempo. L’intelligenza artificiale evolve con una velocità che supera la capacità delle istituzioni di adattarsi. Questo squilibrio temporale genera una sensazione diffusa di perdita di controllo. Quando le regole arrivano dopo i fatti, la fiducia si erode.
Strategicamente, questo è uno dei fattori più critici. Perché la fiducia non è un elemento accessorio: è il principale meccanismo di stabilizzazione nelle società complesse. Senza fiducia nelle istituzioni, nei regolatori, negli sviluppatori, ogni innovazione può essere percepita come minaccia.
La risposta strategica
La combinazione di questi elementi (concentrazione di potere, paura multilivello, polarizzazione narrativa, ritardo istituzionale) configura uno scenario in cui il rischio non è tanto un’esplosione immediata di conflitto, quanto una progressiva erosione della coesione sociale.
In questo quadro, episodi come quello che ha coinvolto Altman non devono essere letti come anomalie isolate, ma come segnali precoci. Indicatori di una tensione che, se non gestita, potrebbe trovare forme più strutturate nel tempo.
La risposta strategica, quindi, non può limitarsi alla sicurezza o alla repressione. Deve operare su più livelli: redistribuzione degli impatti economici, trasparenza nei processi tecnologici, costruzione di una narrativa pubblica equilibrata, rafforzamento delle istituzioni regolatorie.
Conclusioni
In ultima analisi, la questione centrale non è se l’intelligenza artificiale cambierà la società, questo è già in atto, ma se la società sarà in grado di governare questo cambiamento senza trasformarlo in un fattore di conflitto. La storia suggerisce che il margine per farlo esiste, ma non è automatico. È una scelta strategica, e come tale richiede visione, coordinamento e, soprattutto, consapevolezza del rischio”, conclude Romano.












