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Il potere di cambiare le cose

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Qualsiasi lavoro è di fatto intrinsecamente relazionale: si incontrano persone, ci si confronta e ci si scontra, si accoglie e si respinge, ci si avvicina e ci si allontana, in un movimento perpetuo, che coinvolge colleghi, responsabili, clienti, consulenti e così via. Anche chi svolge una professione “in solitaria” di fatto nella propria testa si relaziona con committenti e clienti.

Quando si parla di relazione si intende esplicitare che esiste un nesso, un collegamento, un legame. Va da sé che la relazione si porta dietro inevitabilmente un’inter-azione (non necessariamente tra persone vicine) ovvero un’influenza reciproca.

La visione del mondo scientifico attuale, dalla psicologia alla biologia alla fisica, ci mostra come tutto sia collegato, come ben esemplifica la teoria sistemica e il cosiddetto “effetto farfalla”, secondo cui un battito d’ali di una farfalla nella foresta Amazzonica può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Uno dei padri dell’informatica, Alan Turing, sosteneva che lo spostamento minuscolo (un miliardesimo di centimetro) di un singolo elettrone potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.
E’ un concetto che dovremmo tenere maggiormente presente: ciò che noi siamo ed esprimiamo nei comportamenti, ha un impatto su noi e sugli altri. Sempre.

Anche il modo in cui viviamo le relazioni professionali e personali (ma poi una relazione professionale non è anche “personale”? Nel senso che coinvolge comunque tutta la persona e semplicemente non un nostro avatar impalpabile che non viene toccato da ciò che accade) influenza l’andamento delle relazioni stesse. Se si ritiene che gli altri siano persone da cui bisogna difendersi o che al contrario posso ingannare oppure che gli altri non abbiano nulla da dirmi o darmi, agirò in una maniera. Se vediamo in ogni relazione un’opportunità, allora cercheremo di imparare qualcosa su noi e sugli altri. In ogni caso, così facendo inf uenziamo il comportamento altrui.

Non c’è chiaramente un modo giusto o sbagliato di affacciarsi alle relazioni, ciascuno ha il suo personale modo, che si è costruito nel tempo per sopravvivere, apprendere, per sentirsi amato e accettato e per difendersi da dolori e sofferenze. Diventarne consapevoli significa dare a se stessi e alle persone con cui ci si relaziona la possibilità di cambiare prospettiva ed agire qualcosa di nuovo, che potrebbe anche stupirci piacevolmente! Per far questo, è necessario ritirare il “dito puntato verso l’altro”, smettendola di attribuire le colpe all’altro per come vanno le cose, ma vedendo ciò che in quel contesto, magari difficile e paludoso, io posso concretamente fare. Non possiamo cambiare gli altri, ma possiamo modificare qualcosa in noi, influenzando il contesto circostante.

E’ come dire “oggi piove” e lamentarsi tutto il giorno del brutto tempo, commentando che si aspetta il sole. Di certo non possiamo far smettere di piovere, ma potremmo vedere le cose diversamente, già smettendola di lamentarci del fatto che piova! E magari possiamo scoprire la bellezza di quella pioggia o semplicemente liberare la nostra testa dall’idea che la giornata è brutta, lasciando spazio a pensieri più costruttivi.

Nelle relazioni umane è ancora più incredibile, perché modificando la propria prospettiva si hanno inevitabilmente ricadute anche sui comportamenti delle persone con cui interagiamo. Provare per credere!
Potrei raccontarvi, per esempio, di quel gruppo di lavoro dove il coordinatore è riuscito a smettere di pensare che il suo gruppo fosse estremamente richiedente e che in cambio desse poco. Il gruppo funzionava davvero così, ma questo atteggiamento era alimentato proprio da come il coordinatore si poneva. Uscendo dalla logica “siete voi che dovete cambiare, non io”, quella persona ha iniziato a cercare delle opportunità e qualità nel suo gruppo, non reagendo malamente o subendo le loro continue richieste, ma semplicemente rimandando, con tranquillità, l’impossibilità a soddisfarle tutte e l’apprezzamento per ciò che tutti stavano facendo. Nel giro di poco la situazione è cambiata. Ma solo perché è cambiato qualcosa nel cuore e nella testa del coordinatore. Se abbiamo un problema nelle relazioni, non ha senso chiedere agli altri di cambiare, se prima non cambiamo noi.

Un’esercitazione che mi piace proporre per rappresentarsi questo processo e facilitare la presa di consapevolezza di un cambio di prospettiva è il seguente: disegna su un foglio le persone con cui entri in relazione (per lavoro, ma è applicabile anche alle relazioni familiari), puoi disegnarle come semplici pallini, ciascuno della grandezza e della distanza dal pallino che rappresenta te che ritieni più opportuni per mettere in scena il quadro reale delle tue relazioni. Su un altro foglio fai la stessa cosa, ma pensando a come ti piacerebbe che fossero idealmente queste relazioni. Per esempio, se nel foglio che rappresenta la trama di rapporti reali hai disegnato te stesso come un pallino di medie dimensioni, il tuo capo come un pallino piccolo lontano da te e il tuo cliente come un pallino molto grande che si frappone tra te e il capo, nel foglio dei rapporti ideali magari desideri disegnare un pallino grande almeno come te che rappresenta il capo e tu vicino a lui, di fronte al cliente, rappresentato con dimensioni ridotte.

Ora osserva le due situazioni. Partiamo dal fatto che non possiamo spostare i pallini che rappresentano gli altri, né gonfiarli o sgonfiarli a nostro piacimento; è in nostro potere solo spostare noi, ingrandirci o rimpicciolirci. Nell’esempio sopra riportato, quale movimento concreto ti sarebbe richiesto? Probabilmente servirebbe un tuo spostamento accanto al capo. Così la situazione non sarebbe ancora “ideale”, ma sicuramente porterà ad altri movimenti del contesto. Nonrimane che chiedersi allora che cosa concretamente per te significa fare questo spostamento. E a questo punto, se non si ricade nel dire “ma come faccio? È l’altro che deve cambiare”, la soluzione apparirà chiaramente. E la cosa bella è che la soluzione (il dare inizio a un movimento nel contesto, che porterà a movimenti negli altri) è in mano tua!

di Giulia Cavalli, psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista

Mappa dei rapporti

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