Attualità // IL DAZEBAO DELLA SECURITY

Tutti veggenti con il senno di poi, ma menagramo con il senno di prima

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“Prima dell’evento il futuro sembra implausibile, dopo l’evento il passato sembra incredibile”. [D. Woods e R.I. Cook]

Nel 2001 il regista statunitense Michael Bay gira una pellicola commerciale, irritante quanto patinata, a metà strada tra il genere bellico e quello catastrofico, grondante retorica in salsa patriottarda: Pearl Harbour. L’intero film, della durata di ben 3 ore e 23 min. e i 140.000.000 $ di costo di realizzazione (il più caro nella storia del cinema), valgono, però, una la scena di 1 min. e 49 sec. in cui il Capitano Thurman del Servizio Informazioni della Marina Militare USA (interpretato da un Dan Aykroyd meno insopportabile del solito) duetta con l’Ammiraglio Kimmel, comandante della flotta del Pacifico. Una preziosissima perla, come il titolo del film. Per un cinefilo non allineato come il sottoscritto, cultore della “Intelligence letteraria”, il serrato e teso dialogo tra i due militari è di una bellezza sconvolgente. Il difficile ruolo dell’analista e quello ancor più difficile del Decisore, sulle spalle del quale grava la responsabilità della decisione, sono così descritti (fedele trascrizione):

Cap. Thurman: Signore, ritengo colpiranno dove ci farebbero più male: a Pearl Harbour.
Amm. Kimmel: È a più di 4.000 miglia dal Giappone. Una distanza che una forza navale non può affrontare, Capitano. La sua ipotesi da cosa è suffragata?
Cap. Thurman: Beh, è quello che farei io. Amm. Kimmel: Non è certo una prova decisiva, Capitano Thurman.
Cap. Thurman: Se avessi la prova decisiva, Ammiraglio, saremmo già in guerra. Quei cifrati hanno parole mancanti e frasi ingarbugliate. E per capire quello che decifriamo dobbiamo cercare di interpretare ciò che secondo noi intendono dire.
Amm. Kimmel: Interpretare? Tirate a indovinare, usate il vostro fertile intuito.
Cap. Thurman: Tiriamo ad indovinare. È come giocare a scacchi al buio. Qualunque notizia, movimento di truppe, di navi, brivido, cigolio, ci fa drizzare le orecchie. Quando ero nella flotta asiatica i locali cercavano di porsi all’esterno per vedere l’interno. Beh, io vedo un attacco a Pearl Harbour. È la cosa peggiore che possa capitarci. Annullerebbe del tutto il potenziale bellico della flotta del Pacifico.
Amm. Kimmel: E lei Capitano vorrebbe farci trasferire l’intera flotta al prezzo di milioni di dollari sulla base di questi brividi e cigolii che le fanno drizzare le orecchie?
Cap. Thurman: No, Signore. Credo che il mio compito sia raccogliere e interpretare informazioni. Prendere decisioni difficili, in base a notizie incomplete derivanti dalle mie scarse capacità di crittografo, è compito suo Signore.
Amm. Kimmel: Allora si sbrighi a decifrare quel dannato codice così potrò decidere meglio!
Cap. Thurman: Sì, Signore. Ci stiamo appunto provando.

In poche battute lo sceneggiatore, in maniera indiretta e in forma dialogica, riesce a sintetizzare l’intero Ciclo dell’Intelligence.
Nel 1962 R. Wolstetter con riferimento all’attacco giapponese di Pearl Harbour del 1941 afferma che “è molto più facile dopo un evento individuare e separare i segnali rilevanti da quelli irrilevanti. Dopo l’evento, naturalmente, un segnale è sempre chiaro, ma prima esso rimane oscuro e dai significati molteplici e talvolta ambigui”.
L’attitudine con cui diamo senso agli eventi accaduti, descrivendoli come conseguenze (quasi) inevitabili di condizioni e fattori presenti sin dall’inizio, è definito senno di poi, ovvero la distorsione retrospettiva del giudizio per cui le persone sono portate a sovrastimare la capacità di prevedere un determinato risultato, una volta che siano messe a conoscenza del risultato stesso. Il senno di poi, quindi, si fonda su una presunta capacità di comprendere le relazioni tra gli eventi in una situazione aborigine. Lo sguardo retrospettivo su un evento tende a presumere che esso fosse chiaramente prevedibile.

Non tutti abbiamo lucidità e acume del Cap. Thurman; prima di un incidente, le persone, soprattutto se sottoposte a pressioni e scadenze, possono mal interpretare i segnali di pericolo, in particolare se essi sono deboli e contraddittori, e possono attribuire loro poca importanza, assumendo che il futuro sembri implausibile.

In generale, fallimenti delle analisi si verificano quando le Organizzazioni falliscono nel rilevare le informazioni disponibili riguardo alle minacce emergenti. Tali fallimenti sono dovuti non solo - come afferma R.K. Betts - a “rigidità cognitiva”, ma anche a fattori quali: la “attenzione selettiva”, il “rumore” causato da molteplici informazioni, segnali, dati, ecc. e, infine, il “sovraccarico informativo” che aumenta la confusione e porta ad ignorare le aree e i problemi con priorità basse e a fallire nel rilevare minacce emergenti o a rilevarle troppo tardi.

Quandanche tutti noi analisti fossimo come il Cap. Thurman, capaci di cogliere quei “brividi e cigolii”, cioè di preconizzare gli eventi, probabilmente non saremmo in grado di “suffragare adeguatamente le nostre ipotesi” al cospetto del nostro Decisore e saremmo costretti ad assistere, impotenti e frustrati, a catastrofi , come Pearl Harbour. E Pearl Harbour non rappresenta un’eccezione, bensì la regola. La storia insegna che le menti più brillanti sono state sempre osteggiate se non addirittura ostracizzate. Si è fatto ricorso a loro solo quando la situazione volgeva ormai al termine e “ogni speranza… lasciata”.

Qui mi torna alla mente l’unica immagine consolatoria dopo anni di intense letture: l’iperbole equilatera del Gen. Savino Onelli. Un giorno andò alla lavagna, tracciò un piano cartesiano e poi ci disegnò su un’iperbole equilatera, come quella in figura. Sull’asse delle x aveva riportato la felicità e su quello delle y la cultura. Poi, con volto mesto e voce cupa, a noi ingenui studenti disse: “Questo è il principio che regge il mondo, ficcatevelo in testa. Sarete persone condannate all’infelicità più profonda”. Non capii immediatamente. Qualche anno più tardi, alla morte di mia nonna Cristina, 84enne analfabeta (classe 1923), tutto fu improvvisamente chiaro, cristallino oserei dire. Lei, vedova a 33 anni con quattro figli e che firmava con una croce impugnando in maniera incerta una penna, era morta pensando di essere stata felice, di aver vissuto in un bel mondo popolato da persone, in fondo, buone.

 iperbole_cultura_felicità

Il principio dell'iperbole equilatera [Gen. S. Onelli]

di Cristhian Re, Responsabile Security Cross Processes and Projects A2A Comitato Scientifico S News

05.08.2017


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