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Umberto Saccone: La pianificazione urbanistica come strumento necessario per la prevenzione della criminalità

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Il 22 giugno 2018 l’ISTAT ha pubblicato il “Report sulla percezione della sicurezza”, aggiornato al biennio 2015-2016 dal precedente rilevamento del 2008-2009, nel quale, pur riducendosi l’influenza della criminalità sulle abitudini di vita, il 40% circa dei cittadini ritiene che la paura della criminalità influenzi molto o abbastanza le proprie abitudini.

Relativamente alle singole fattispecie delittuose, diminuisce la preoccupazione per i borseggi (dal 48,2% al 41,9%), per le rapine (dal 47,6% al 40,5%), per i furti d’auto (dal 43,7% al 37%) e per le violenze sessuali (dal 42,7% al 28,7%), mentre resta stabile la percentuale di cittadini preoccupata di subire furti nella propria abitazione (60,2%).

Nonostante il miglioramento generalizzato della percezione di sicurezza, risulta aumentata la percentuale di cittadini che ritiene di vivere in una zona a rischio di criminalità (dal 22% al 33,9%).

Dal report Istat emerge la necessità di intraprendere azioni che condizionino positivamente la percezione della sicurezza urbana, al di là dell’incidenza dei reati effettivamente rilevata, in quanto esplica i suoi effetti sulle abitudini quotidiane ed influisce a sua volta sulla capacità soggettiva di percepire il rischio.

Il concetto di “Sicurezza urbana” è stato introdotto, associato al concetto di “Sicurezza integrata”, nella legislazione italiana dal cd. “Decreto Minniti”, recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, definito come “il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città” da perseguire attraverso azioni integrate che comprendano “interventi di riqualificazione, anche urbanistica, sociale e culturale e recupero delle aree o dei siti degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità, in particolare di tipo predatorio, la promozione della cultura del rispetto della legalità e l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile”, e la cui competenza è attribuita allo Stato e agli enti locali, nel rispetto delle rispettive funzioni.

A tale provvedimento è poi seguito l’Accordo della Conferenza Unificata del 24 gennaio 2018 e l’Accordo della Conferenza Stato - Città ed Autonomie Locali del 26 luglio 2018; il primo detta le linee generali delle politiche pubbliche per la promozione della sicurezza integrata, mentre il secondo definisce le linee guida per l’attuazione della sicurezza urbana.

Il carattere sistemico del Decreto è di natura emergenziale, poiché reca come titolo “Disposizioni urgenti in materia sicurezza delle città”, pur veicolando intrinsecamente la consapevolezza dell’insufficienza di un approccio orientato esclusivamente alla risposta “reattiva” e della conseguente necessità di adottare strumenti di “prevenzione situazionale” nel rimuovere le cause della devianza e del degrado, all’origine della microcriminalità e della criminalità diffusa.
Il carattere emergenziale del provvedimento può essere dedotto anche dalla lettura degli atti relativi ai lavori preparatori della Legge di conversione, in cui si presenta la necessità di adottare una serie di misure che rassicurino la comunità civile nell’interesse della coesione sociale, in ragione della composizione ormai tendenzialmente multietnica della società; sottintendendo, dunque, che il diritto alla sicurezza prevale sulla sicurezza dei diritti, in quanto i fenomeni migratori costituiscono una minaccia alla coesione sociale e un potenziale fattore di devianza.

Proseguendo sulla scia della contingenza, le linee guida attuative del Decreto propongono un rafforzamento degli strumenti di deterrenza e repressione (intensificazione del dispositivo di presidio territoriale, installazione di sistemi di videosorveglianza urbana, miglioramento dello scambio informativo tra le polizie locali e le forze di polizia) e riducono gli strumenti di “prevenzione situazionale” allo sviluppo di non ben precisate politiche educative e culturali, risultando peraltro di dubbia utilità, in quanto i fenomeni di devianza si sviluppano in contesti culturalmente non integrati e marginalizzati dalla società, per cui tali azioni sono risultate nel tempo inefficaci.

Uno strumento introdotto dal Decreto e largamente sottovalutato dallo stesso provvedimento, ma anche dalle line guida applicative, è la riqualificazione urbanistica delle aree degradate; in particolare, già dagli anni ’60, negli Stati Uniti sono stati studiati e applicati gli strumenti di prevenzione della criminalità attraverso la pianificazione dell’ambiente urbano (Crime Prevention Through Environmental Design, CPTED) che hanno dimostrato la loro efficacia nella riduzione, sia a livello percettivo che sostanziale, dei rischi associati alla microcriminalità e alla criminalità diffusa.
Significativa, in tal senso, è la “Teoria delle finestre rotte” introdotta nel 1982 da Wilson e Kelling, secondo cui non sono i fattori socioeconomici intrinseci a connotare il livello di criminalità locale ma l'incuria, la sporcizia e il disordine dell’area urbana. Per provare tale teoria, gli scienziati scelsero diversi luoghi urbani successivamente trasformati in due modi diversi ed in tempi diversi, potendo osservare direttamente un aumento dei fenomeni antisociali all’aumentare del degrado dei luoghi oggetto di studio.

L’utilità di questo approccio è stata, nel tempo, riconosciuta anche nel contesto europeo, in cui sono maturati diversi documenti di normativa tecnica, opera del CEN, tra cui si distingue per importanza e completezza il Rapporto Tecnico CEN/TR 14383-2 in materia di “Prevenzione della criminalità attraverso la progettazione urbana” e, in particolare, recante le linee guida sui metodi per valutare il rischio di crimini e/o la paura del crimine e le misure, le procedure e i processi volti a ridurre questi rischi.

L’approccio CPTED si fonda sul principio per cui una buona organizzazione dello spazio urbano può contemporaneamente aumentare la sorveglianza spontanea da parte dei cittadini, creare un senso di appartenenza al territorio, contribuire a diminuire la sensazione di insicurezza e di paura e facilitare il lavoro delle forze dell’ordine. Le norme redatte dal CEN hanno contribuito a strutturare in modo relativamente semplice le strategie di prevenzione ambientale della criminalità per i tre livelli di pianificazione urbanistica, disegno urbano e gestione degli spazi pubblici, riducendo la complessità di una materia che coinvolge saperi e competenze disomogenee e richiede il coordinamento di più decisori, coinvolgendo l’intera comunità locale, dagli enti pubblici alle aziende private, fino al singolo cittadino.

In definitiva, l’adozione dell’approccio CPTED può risultare la sintesi delle strategie di sicurezza urbana integrata, richiedendo lo sviluppo e la condivisione di processi di scambio informativo a qualsiasi livello della comunità locale a partire dalla fase di analisi di contesto fino all’implementazione di misure tangibili di governance del territorio, determinando al contempo un effettivo cambiamento culturale che renda efficaci le politiche educative e sociali di prevenzione della devianza e del degrado, a patto però che, nella generalità dei principi della CPTED, le singole realtà siano progettate sulla base delle specificità locali.

di Umberto Saccone
Presidente del Consiglio d'Amministrazione di Ifi Advisory

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27.12.2018


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