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Assiv, Urbano: Ricostruiamo il Paese! Come?

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Assiv, nella persona del suo Presidente Maria Cristina Urbano, presenta il seguente approfondimento, più che mai attuale in riferimento al momento storico che si sta vivendo, fornendo anche delle risposte.
Buona lettura!

la Redazione

L’emergenza Covid-19 ha caratterizzato gli ultimi mesi della nostra vita e sta plasmando il tessuto economico e sociale in un modo totalmente diverso, da come lo conoscevamo fino all’inizio di quest’anno. I suoi effetti a medio e a lungo termine ci sono ancora sostanzialmente ignoti. E ci è ignoto se, e come, la pandemia contribuirà a ridefinire relazioni ed assetti negli equilibri internazionali.

A posteriori, rispetto a quel fatidico 21 febbraio (giorno nel quale viene individuato a Codogno il cosiddetto paziente 1, che segna l’inizio dell’epidemia in Italia ed in buona sostanza nel mondo occidentale), possiamo dire che i segnali che venivano dalla Cina, seppur volutamente poco chiari, sono stati probabilmente sottovalutati dall’intera comunità internazionale e la diffusa mancanza di piani di emergenza sanitaria e di contenimento ha fatto sì, che i singoli Paesi abbiano dato all’emergenza risposte asimmetriche ed in parte contradditorie.

In Italia, dopo un primo momento di incertezza sul tipo di misure da adottare, la scelta del lock down è apparsa inevitabile ed è stata perseguita con coraggio, tuttavia l’esigenza di difendere la salute pubblica ha comportato la fortissima compressione delle attività economiche e oggi ci troviamo dinanzi il compito di fare una prima valutazione delle perdite subite e dell’entità delle macerie che il Coronavirus ha lasciato per strada.

Il governo italiano si è trovato ad affrontare per primo, in Europa, una contingenza che non ricordavamo dai tempi della cosiddetta Febbre Spagnola, e quanto è accaduto ha purtroppo determinato l’emersione dei tanti problemi, che per troppo tempo abbiamo colpevolmente tentato di nascondere sotto il tappeto. Resta fermo che le iniziative assunte sono state probabilmente corrette, quantomeno in relazione alle conoscenze scientifiche disponibili, e certamente hanno rappresentato un modello a livello internazionale (non a caso da molte parti si parla di “modello Italia”). Tuttavia, in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di assumere decisioni in maniera tempestiva, con chiarezza ed univocità di applicazione e comunicazione delle misure adottate, la mancanza di una procedura decisionale univoca e centralizzata ha imposto il suo dazio. L’ampio spazio di autonomia che la nostra Costituzione riconosce alle Regioni, sommato alla comprensibile (forse) assenza di uno specifico protocollo nazionale per la gestione di emergenze sanitarie (come invece il nostro Paese si è dotato per le grandi calamità naturali), ha avuto l’inevitabile effetto di accentuare il conflitto tra governo centrale e governi locali, con la conseguenza tra l’altro di una iperfetazione di provvedimenti normativi e regolamentari. L’esperienza che ancora stiamo vivendo dovrebbe suggerire alle nostre istituzioni la necessità di ripensare alcuni dei meccanismi decisionali, che solo sino a ieri sembravano sostenibili, se non proprio adeguati. Si pensi al meccanismo, adottato invariabilmente nella decretazione d’urgenza ma anche nella maggior parte della produzione normativa di primo grado, del rinvio a decine di decreti attuativi, la cui adozione richiede normalmente tempi lunghissimi e arriva quando la norma già accusa inequivocabili segni di vetustà. Tale meccanismo, già da moltissimi anni sotto accusa, ma che continua a dimostrarsi ineludibile, in ragione di una patologica delega di responsabilità dalla politica alla burocrazia, rischia di far slittare troppo avanti nel tempo l’efficacia di norme (Cura Italia, Liquidità per le imprese, Rilancio) il cui scopo precipuo è quello di iniettare liquidità immediata nel sistema economico, a vantaggio di aziende e cittadini. Che poi il nostro sistema, per funzionare, debba inevitabilmente operare in deroga al quadro normativo e regolamentare, imporrebbe una riflessione che esula dal presente contributo.

Fatte queste dovute premesse, veniamo al comparto della vigilanza privata. Gli Istituti di Vigilanza in questo drammatico frangente sono stati chiamati a garantire continuità al proprio servizio nei confronti di imprese, istituzioni e cittadini. Grazie al supporto della Federazione ANIE e di Confindustria, nel momento topico in cui il Governo si è trovato a dover stabilire quali attività economiche autorizzare a proseguire durante il lock down, ASSIV ha ottenuto l’ottimo risultato di veder garantita l’apertura secondo il criterio della filiera piuttosto che per quello dei codici ATECO. Tramite il meccanismo della notifica al Prefetto delle attività funzionali a quelle autorizzate, siamo riusciti a mantenere accettabili livelli occupazionali anche per il settore dei servizi fiduciari. Successivamente è stato possibile chiarire che le attività di sicurezza, armate e non, erano fra quelle autorizzate ad operare nei siti produttivi e commerciali chiusi, per scopi di tutela e mantenimento. È stata quindi garantita la validità dei decreti prefettizi e dei porti d’arma fino a 90 gg. dopo la fine dello stato di emergenza. L’azione di ASSIV, volta a garantire le premesse per l’espletamento delle nostre attività di impresa ha, però, trovato un limite insuperabile nella oggettiva paralisi di ampi settori del mondo economico e produttivo: il sostanziale azzeramento di alcuni servizi, quali quelli legati alla mobilità (aeroporti, porti) e al turismo; la pesante riduzione di altri, quali la mobilità ferroviaria ed urbana, le attività commerciali; la drastica contrazione del trattamento e trasporto del contante. Nell’immediato il ricorso alla Cassa Integrazione, che nel nostro settore è in deroga, e FIS per i fiduciari, è stata intorno al 20% di media. Un risultato certamente invidiabile se paragonato alle performances di altri comparti e che ora, a ridosso della riapertura della generalità o quasi delle attività imprenditoriali, registra un decremento nel ricorso agli strumenti di sostegno, che si attesta attorno al 10%-15% (più alto per il settore trasporto e trattamento contante). Come tutti i settori, lamentiamo un drammatico ritardo nell’erogazione delle provvidenze introdotte o rafforzate per mezzo dei molteplici strumenti normativi dell’era Covid, ritardi cui devono far fronte gli imprenditori anche perché, ad oggi, nonostante le ripetute assicurazioni in tal senso, le banche continuano ad erogare prestiti in misura assolutamente insufficiente rispetto i volumi che sarebbero necessari a sostenere efficacemente l’economia reale. La macchina statale, inoltre, è inchiodata, incapace di far fronte al volume di richieste che la crisi ha indotto, caratterizzata da inadeguate competenze ed estranea all’utilizzo massiccio e sinergico delle nuove tecnologie. Sicché le imprese riscontrano enormi difficoltà di interlocuzione con gli Enti (INPS in primis), con i ministeri e le loro strutture territoriali (Viminale e Prefetture, ma anche MISE e ministero del Lavoro), condizioni che rendono problematiche le attività quotidiane. Il fermo delle attività giudiziarie, infine, e quello delle stazioni appaltanti contribuiscono ad aggravare uno stato di “sospensione” che ritarda il test di ripresa dell’economia.

Come accennato più sopra, il profluvio non sistematico di provvedimenti emanati dal legislatore, che rischia di generare enormi problemi di comprensione e di efficacia degli stessi, è stato di natura fondamentalmente difensiva, di sostegno ai provvedimenti sanitari, al reddito delle famiglie, e di primo soccorso a quelle attività che in misura più drastica hanno subito un blocco totale. A fronte, infatti, di una disoccupazione avviata verso il livello record del 15% non si poteva fare altrimenti. Ma a questo intervento tampone occorre dare seguito. Ribadiamo con forza che d’ora in avanti le risorse da mettere nel piatto dovranno essere di sistema, e concentrate su piani strutturali per il rilancio delle infrastrutture e della logistica, con forti investimenti nella scuola, nella ricerca, nella tecnologia, nella digitalizzazione. Ogni euro che lo Stato potrà spendere in deficit dovrà attivare un virtuoso meccanismo moltiplicatore di investimento, perché il bilancio pubblico (e di riflesso quello privato) ritrovi una sua sostenibilità di lungo periodo. È solo incrementando la produttività, già molto bassa in era pre-COVID, e con piani credibili di rientro del debito, che l’Italia potrà abbandonare il piano inclinato della decrescita infelice e collocarsi stabilmente dove può aspirare a collocarsi, non più in posizione colpevolmente subordinata rispetto i nostri grandi partners europei, ma al fianco di Germania e Francia nel percorso di rifondazione e rinnovamento che attende l’Unione Europea.  

Consapevoli delle sfide che attendono la società italiana nel suo complesso, aspiriamo a fornire il nostro contributo di esperienza e conoscenza al servizio del Paese. Ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità, in una auspicabile maggiore permeabilità tra pubblico e privato, implementando forme di partnership che la burocrazia pre-Covid non aveva gli strumenti per immaginare.

Siamo d’altronde consapevoli che il comparto della vigilanza privata, collocandosi nei servizi, regge se l’intero tessuto economico del Paese regge. Abbiamo già messo da conto una importante contrazione del fatturato e problemi di liquidità nel prossimo futuro, conseguenza della probabile perdita di clientela e dell’allungamento (temo quasi certo) dei tempi di pagamento. È possibile, inoltre, prevedere che il settore degli appalti pubblici sarà soggetto ad una notevole contrazione di ore e tariffe (già insopportabilmente basse) in assenza di una robusta iniezione di risorse per il mantenimento della macchina pubblica. Tuttavia, il comparto è pronto a fare, come sempre, la sua parte, a patto che la fase emergenziale degli aiuti a pioggia si trasformi in politiche di ampio respiro, alcune delle quali a costo quasi zero. Basti pensare alla semplificazione delle procedure di appalto, sul modello Ponte di Genova, e alla riforma del Codice dei contratti pubblici, da troppo tempo in cantiere. Entrambe saranno efficaci solo se si riuscirà finalmente a spostare il focus delle procedure dall’aspetto formale a quello sostanziale, garantendo l’abbattimento dei costi indiretti e dei tempi.

Il nostro comparto, caratterizzato da forte intensità di mano d’opera, ha necessità di un alleggerimento della pressione fiscale sul lavoro, sia diretta (cuneo fiscale), che indiretta (Irap). La cancellazione, totalmente condivisa, del saldo IRAP 2019 e acconto 2020 va in questa direzione, ma non è sufficiente per sostenere la liquidità aziendale. È necessario ripensare l’organizzazione del lavoro e anche le organizzazioni sindacali, che in questi anni si sono opposte in ogni modo a soluzioni più equilibrate, dovranno probabilmente prendere consapevolezza, una volta certificati “i morti e i feriti” lasciati sul campo dal Covid-19, che non sarà più possibile prescindere da una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, sia in entrata che in uscita.

Per quanto di nostro interesse, non lascia ben sperare l’incredibile mancanza di interlocuzione con il nostro ministero di riferimento, il Ministero dell’Interno, che si protrae ormai da più di due anni. Il settore della sicurezza privata decretata ed armata vive questo dualismo genetico: attività privatistica e commerciale, ma normata e regolata dal Ministero dell’Interno e dalle sue terminazioni territoriali, le Prefetture. Le nostre attività non sono solo subordinate ad autorizzazione (alcuni parlano di regime di quasi-concessione), ma minuziosamente regolate per quanto attiene ai requisiti obbligatori, alla organizzazione del lavoro, ai mezzi aziendali. Una tale dipendenza, che è funzionale alla affidabilità delle stesse attività di sicurezza privata nei confronti delle autorità di pubblica sicurezza, non può prescindere da un dialogo continuo, da uno spazio di confronto sempre aperto. Soltanto una siffatta modalità di collaborazione istituzionalizzata può consentire quello scambio di informazioni da cui è possibile fare emergere tanto le problematiche che affliggono il settore, siano esse croniche o contingenti, quanto le opportunità di implementazione (di nuove forme di complementarità), nell’interesse pubblico al rafforzamento della sicurezza sul territorio e nell’interesse privato in termini di crescita per un comparto che dà lavoro a 50.000 GPG, creando ricchezza per il Paese. Timidi segnali di apertura in questo senso, grazie forse al cambio dei vertici ministeriali, sono stati registrati prima dell’emergenza Coronavirus.
Ci auguriamo che nell’immane opera di ricostruzione che attende il Paese nei prossimi anni, dove l’attivazione di ogni sinergia tra pubblico e privato costituirà un valore aggiunto, anche il Ministero dell’Interno torni a dare il giusto peso al dialogo con le nostre imprese.

di Maria Cristina Urbano, Presidente ASSIV

03.06.2020


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