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La sicurezza non si acquista, si progetta. Perché il Security Manager è diventato un progettista del valore organizzativo

Umberto Saccone - CEO IFI Advisory

Per molti anni le organizzazioni hanno affrontato la sicurezza come un insieme di interventi puntuali. Un impianto di videosorveglianza, un controllo accessi più evoluto, un servizio di vigilanza, qualche procedura di emergenza, una polizza assicurativa. Ogni problema generava una risposta specifica e ogni risposta veniva considerata un investimento in sicurezza.

Oggi questo approccio mostra tutti i suoi limiti.

Le organizzazioni operano in ecosistemi sempre più complessi, nei quali il rischio nasce dall’interazione tra persone, tecnologie, processi, fornitori, informazioni e contesto geopolitico. Le minacce non sono più isolate: sono ibride, dinamiche e interdipendenti. Un incidente informatico può bloccare un impianto industriale; una vulnerabilità fisica può consentire un attacco cyber; una crisi reputazionale può produrre effetti economici superiori a quelli di un danno materiale.

In questo scenario la sicurezza non può essere costruita sommando tecnologie. Deve essere progettata come un sistema.

Il vero problema non è comprare tecnologia 

Molte organizzazioni investono milioni di euro in apparati di sicurezza senza essersi poste una domanda fondamentale: Quale rischio stiamo realmente cercando di governare?
È una domanda apparentemente semplice, ma dalla risposta dipende il successo o il fallimento di qualsiasi investimento.
La sicurezza non inizia con la scelta di una telecamera o di un software. Inizia con la comprensione del contesto, con l’analisi delle minacce, con la valutazione delle vulnerabilità e con la definizione del livello di rischio accettabile.
Solo dopo arriva la tecnologia.
Quando il percorso viene invertito si finisce per acquistare strumenti che risolvono problemi marginali, lasciando scoperti quelli realmente critici.

Dal rischio al progetto 

È qui che cambia il ruolo del Security Manager. Non è più soltanto il responsabile della protezione degli assets. È colui che traduce il rischio in un progetto organizzativo.

Ogni misura di sicurezza dovrebbe nascere seguendo un percorso logico:

  • comprendere il contesto;
  • identificare le minacce;
  • valutare vulnerabilità e impatti;
  • definire gli obiettivi di protezione;
  • progettare le misure;
  • realizzarle;
  • verificarne l’efficacia;
  • migliorarle nel tempo.

Questa sequenza rappresenta il vero valore aggiunto della funzione security.
Non vengono progettati semplicemente impianti o procedure, ma capacità organizzative.

La sicurezza entra nella governance 

Quando la sicurezza viene progettata secondo questa logica, cambia anche il suo rapporto con il vertice aziendale.
Il Security Manager non discute più soltanto di vigilanza, controllo accessi o impianti.
Parla di continuità operativa, resilienza, sostenibilità, reputazione, tutela degli investimenti, conformità normativa e capacità di risposta alle crisi.
La sicurezza diventa quindi una componente delle decisioni strategiche.
Non rappresenta più un centro di costo, ma uno strumento di protezione del valore dell’impresa.

Il contributo delle norme tecniche 

Questa evoluzione trova oggi un importante supporto nelle norme tecniche.
La UNI 10459 qualifica il professionista della security, definendone conoscenze, competenze e responsabilità.
La UNI/PdR 185:2025, invece, introduce un modello organizzativo per governare i progetti in maniera sistematica, documentata e misurabile.
Non si tratta di documenti alternativi.
La prima risponde alla domanda: “Chi possiede le competenze per governare la security?”
La seconda risponde a una domanda diversa: “Come deve essere organizzato un progetto affinché produca risultati misurabili?”
La loro integrazione rappresenta una delle più interessanti opportunità di evoluzione della funzione security.

Il nuovo indicatore di maturità 

Per molti anni la qualità della sicurezza è stata valutata in funzione del numero di controlli, delle tecnologie installate o del personale impiegato. Domani il parametro sarà diverso.
La maturità di una funzione security si misurerà nella sua capacità di progettare sistemi resilienti, integrare discipline differenti, produrre indicatori di performance e supportare il management nelle decisioni.
La vera domanda non sarà più: “Quanto è protetta l’organizzazione?”
Ma: “Quanto è capace di continuare a operare quando qualcosa va storto?”
È questa la differenza tra protezione e resilienza.

Conclusioni 

Per troppo tempo la sicurezza è stata considerata una funzione chiamata a intervenire quando il problema si manifestava.
Le organizzazioni più evolute stanno invece adottando un paradigma differente: progettare la sicurezza prima che l’evento si verifichi.

In questa prospettiva il Security Manager non è più il gestore di un insieme di presidi, ma il professionista che trasforma il rischio in architetture organizzative, integra competenze, governa processi e contribuisce direttamente alla creazione di valore.
La sicurezza, in definitiva, non rappresenta più un insieme di misure difensive. Diventa un fattore competitivo.

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