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Ben-Essere al lavoro: identità globali?

Ben-Essere al lavoro presenta un approfondimento interessante e quanto mai attuale relativo al tema dell’identità nella globalizzazione, a firma come sempre di Giulia Cavalli, psicologa psicoterapeuta, psicoanalista e parte del Comitato Scientifico di S News, curatrice della rubrica.

Profonde le riflessioni dell’esperta, che accompagna il lettore e gli indica valide visioni.

Buona lettura!

IDENTITÀ GLOBALI?

Pare un controsenso parlare di “identità” e di “globalizzazione”, perché la prima riguarda il singolo (individuo, azienda, Paese, ecc.), mentre la seconda si riferisce al fenomeno di omologazione e interdipendenza che si sta verificando negli ultimi decenni dal punto di vista non solo delle economie, dei mercati, dei prodotti su scala mondiale, ma anche del modo di vivere e concepirsi delle persone.

Si può mantenere un’identità nella globalizzazione? Si può essere se stessi nell’omologazione? Si possono proporre prodotti con una specifica identità, senza adeguarsi/appiattirsi alle logiche globalizzanti? Si può mantenere la propria unicità culturale senza tagliarsi fuori dal mondo e dalle relazioni globali?
Sono solo alcune domande, che può essere utile porsi, sia in termini personali (chi sono io?) sia in termini di mercato. Non è inappropriato affrontare la questione su più livelli, dalla singola persona a ciò che accade nell’ambito socio-economico: in fondo il mondo in cui viviamo partecipa alla costruzione della nostra identità, così come ogni individuo contribuisce alla trasformazione della società.

La risposta alle domande è ovviamente sì, ma a patto di porre attenzione a questo processo: la costruzione della possibilità di confrontarsi e dialogare con il mondo. Il dialogo può avvenire solo se gli interlocutori conoscono (e rispettano) l’unicità propria e altrui.

D’altra parte questo confronto avviene all’interno di un contesto storico-sociale, che in maniera impercettibile e pervasiva delinea un modello di identità. E quello che oggi la società ci propone è un modello che per lo più si basa sull’efficientismo, sul raggiungimento di risultati rapidi (per non dire immediati) e sul servirsi di cose e persone “fino a quando servono/convengono” o “fino a quando ci piacciono”, perché poi si buttano. In quest’ottica l’altro, che è unico tanto quanto noi e quindi “diverso” da noi, rischia di essere o idolatrato o schiacciato. Mi riferisco all’altro come persona, ma lo stesso discorso può valere anche per una cultura o un bene. Quanto potere ha su di me l’altro? Chi vincerà tra me e l’altro? Chi dovrà cedere? Chi deve rinunciare alla sua realizzazione? Chi è più efficiente?

Entrare in questa logica – probabilmente a causa della scarsa consapevolezza e sicurezza di sé e di ciò che si è costruito, che porta a delegare all’altro ciò che pertiene a se stessi – significa vivere una guerra di imposizione di potere, dove alla fine uno dei due viene annullato. Pensiamo all’omologazione nel modo di vivere delle persone, ma anche a quella del mercato globale.

Non a caso fioriscono oggi molte difficoltà relazionali, perché si creano rapporti di dipendenza che danneggiano il benessere delle persone; non a caso si diffondono modelli di lavoro standardizzati, che non guardano alla specificità del contesto e che creano malessere; non a caso si smette di produrre nel proprio Paese, creando voragini economiche e identitarie che portano a povertà di vario tipo.

Ma è possibile adottare un altro sguardo, basato per esempio sulla valorizzazione delle unicità. Nessuno di noi ha una verità assoluta in tasca, tanto da imporla sugli altri, così come ciascuno di noi ha una sua specificità da portare nelle relazioni, nel mondo. È possibile allora rispettare ciò che si è e nel contempo rispettare ciò che è l’altro.

Questo richiede di uscire dalla fusione con l’altro, che è con-fusione, per arrivare alla relazione con l’altro; richiede di rischiare l’incontro con l’altro, per arricchirsi di ciò che la globalità porta. Tutto ciò ha bisogno di tempo: c’è da ascoltare, riflettere, “digerire” ciò che proviene dall’altro. Non è un “tutto e subito”, non è indolore e il risultato non è nemmeno assicurato.
Ma allora perché rischiare? Perché è l’unico modo per rimanere coerenti a se stessi e avere la possibilità di avere successo in ciò che si fa. Anche in questo caso possiamo pensare tanto a un bene di mercato quanto alle persone. Una persona può cercare di adeguarsi continuamente all’altro, agendo come l’altro si aspetta, per paura del giudizio negativo o per non soffrire nel perdere il contatto con l’altro, ma a lungo andare avrà sempre più perso se stessa.

Un bene di mercato può mantenere la sua identità, coerente con la cultura di appartenenza e capace di valorizzare la specificità delle competenze di quella cultura. E nello stesso tempo può aprirsi alla globalizzazione e ai suoi processi. È chiaro che se si guarda al profitto immediato (così come richiede l’efficientismo attuale), è molto più semplice omologarsi “senza se e senza ma”, eppure gli effetti a medio e lungo termine saranno disastrosi (si perde lo spazio di parola e pensiero, si cede il proprio potere all’altro, la propria identità).

Il sociologo Bauman parlava di “glocalizzazione”(una parola che contiene sia localizzazione sia globalizzazione) per indicare come globale e locale siano due facce della stessa medaglia. Il perno della glocalizzazione è l’individuo, con la sua identità, il quale ha delle relazioni e in queste relazioni rientra anche quella con la globalità.

Possiamo fare un esempio anche relativamente alle città, che possono mantenere la loro identità, puntando sulle unicità locali, assimilando con sapienza ciò che proviene da altri Paesi. È stato detto che le città devono trasformarsi in “laboratori creativi”, perché si creino reti che valorizzino l’identità cittadina. Allo stesso modo si devono creare laboratori creativi perché un contesto di lavoro o un prodotto mantenga la sua identità. E il laboratorio creativo per eccellenza siamo noi: possiamo sperimentare la creatività di essere noi stessi, in dialogo con il mondo.

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